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25-febbraio-2025
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Che cos'è il lusso comunista? Il cuore pulsante dell'accelerazionismo


C’è qualcosa di profondamente umano nel desiderio di stare insieme, di condividere non solo lo spazio, ma il respiro, il tempo, le intenzioni. È un bisogno antico, quasi ancestrale, che sembra riemergere con forza nel pensiero accelerazionista, dove il lusso comune non si misura in beni materiali, ma in relazioni. Non è l’abbondanza di oggetti, ma l’abbondanza di legami, di gesti condivisi, di spazi che si piegano alle esigenze del vivere insieme. È un lusso che sa di comunità, di accoglienza, di mutualismo.

Immaginiamo i primi monasteri del monachesimo occidentale: luoghi nati non per imposizione, ma per scelta. I monaci si riunivano per pregare, certo, ma anche per vivere. Modellavano lo spazio intorno a sé, lo rendevano fertile non solo per chi vi abitava, ma anche per lɜ viandanti, lɜ estraneɜ, chiunque passasse di lì. Non c’era una gerarchia imposta dall’alto, ma una spontaneità che nasceva dal basso. E in quella spontaneità risiedeva il vero lusso: la capacità di creare un luogo che fosse, prima di tutto, un rifugio per l’umanità.

O ancora, pensiamo alle comunità dei Kabili in Algeria, raccontate da Kropotkin. Terre condivise, non solo per il sostentamento privato, ma per garantire che nessunə restasse indietro. In tempi di carestia, furono queste comunità a sfamare un milione di persone, senza aspettare l’intervento del governo coloniale francese. C’era un appezzamento per lɜ viaggiatorɜ, un posto dove i cavalli potevano riposare, un sistema che non escludeva, ma accoglieva. È qui che il “lusso comune” prende forma: nella capacità di trasformare il bisogno in solidarietà, la scarsità in condivisione.

Ma perché questo desiderio di comunità ci tocca così profondamente? Perché, come suggerisce Fisher, l’accelerazionismo non è solo una teoria politica o economica, ma una risposta a un’alienazione che tuttɜ condividiamo. È un tentativo di riconnetterci, di superare l’atomismo imposto dal capitalismo, quella sensazione di essere sempre soli, anche in mezzo alla folla. Liberare il tempo non significa semplicemente avere più ore per oziare, ma ricostruire spazi di relazione, ritrovare il piacere di respirare insieme, di far parte di una tribù.

È un desiderio viscerale, quasi primitivo, che si fa strada fra i dibattiti nel Circolo Nomade Accelerazionista. Qui, il lusso non è concepito come un privilegio per pochɜ, ma un diritto per tuttɜ: il diritto di stare insieme, di cooperare, di sentirsi parte di qualcosa di più grande. È una democrazia autentica, dove il potere non è concentrato in poche mani, ma distribuito, come nel modello del “carisma distribuito”. Gengis Khan, si dice, era un capo finché manteneva la fiducia dei suoi seguaci. Se la perdeva, la sua autorità svaniva. È un’idea che stride con lo Stato-nazione moderno, nato per esigenze di controllo e di guerra, e che ancora oggi fatica a rispondere ai bisogni reali delle persone.

Eppure, ci sono esempi che mostrano un’altra via possibile. Il Rojava, ad esempio, con le sue istituzioni dal basso, dove ogni cittadinə ha accesso diretto aɜ delegatɜ e può chiedere conto delle decisioni. Non è un sistema perfetto, ma è un sistema che restituisce alle persone il senso della partecipazione, della responsabilità. È un modello che richiede dialogo, negoziazione, ma che alla fine ricostruisce quel tessuto sociale che il capitalismo ha strappato.

E poi ci sono le cascine del Lombardo-Veneto, dove quattro o cinque famiglie vivevano insieme, e lɜ bambinɜ erano figlɜ di tuttɜ. Non c’era bisogno di un contratto sociale, di regole scritte: era un sistema di mutuo appoggio spontaneo, naturale. Quando una donna si sposava, tutte le donne del villaggio cucivano il suo abito da sposa. Non era un evento privato, ma collettivo. Oggi, questa solidarietà ci sembra quasi utopistica, eppure è stata reale. È stata vita.

L’accelerazionismo, nella sua critica all’atomismo, cerca di riportarci a quella connessione autentica. Paradossalmente, lo fa utilizzando alcuni strumenti del capitalismo stesso, come la liberazione del tempo. Ma non si tratta di avere più ore per il riposo, bensì per ricostruire relazioni al di fuori del lavoro. Un sondaggio recente ha rivelato che il 60% delle relazioni amorose nasce sul luogo di lavoro. È un dato che dice molto: il lavoro domina le nostre vite, ci lascia poco spazio per tutto il resto.

E allora, forse, il vero lusso è proprio questo: ritrovare il tempo per stare insieme, per ricostruire comunità, per respirare in gruppo. È un desiderio che tocca corde profonde, che ci riporta a una felicità che ci è stata tolta. E forse, proprio per questo, l’accelerazionismo non è solo una teoria, ma una speranza. Una speranza di ritrovare, nel caos del presente, un po’ di quella umanità condivisa che abbiamo perduto.


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