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Art0066
28-febbraio-2025
Natalino
Vinci
T 4'
Confessione di un manifestante solitario
Sono andato alla manifestazione da solo.
Sono andato da solo perché non faccio parte di nessuna realtà associativa o militante e tra le mie amicizie non c'era nessuno che ci andasse. Sono timido di carattere e faccio molta fatica a instaurare nuove amicizie. Nel corso degli anni ho provato ad avvicinarmi a realtà che mi permettessero di dare un ruolo più attivo alle mie convinzioni politiche, ma mi sono sempre sentito come un estraneo che si voleva infiltrare in uno spazio ben consolidato. Ammetto che avrei potuto insistere di più, ma per un mix di timidezza, pigrizia, gli impegni lavorativi, sociali, familiari, ecc.. alla fine ho sempre lasciato perdere. Forse però la cosa che più ha influito è stata la soggezione che mi creano tuttora questi spazi: ho 30 anni e la mia radicalizzazione politica è avvenuta alla fine del mio periodo universitario e principalmente online; per questo non avevo mai fatto parte fino a quel momento di nessun tipo di realtà militante e ciò ha creato in me un senso di colpa. Ho paura del giudizio di chi quegli spazi li vive da sempre. Ho paura di non essere considerato "degno".
Quindi sono andato da solo.
All'inizio è stato bruttissimo. Intorno a me vedevo gente che si salutava, che socializzava, vecchi amici abituati a ritrovarsi in quel tipo di occasioni. I gruppetti delle diverse realtà con i vari striscioni, bandiere, ecc.. Mi guardavo intorno, mi sentivo fuori posto, un alieno. Ero sul punto di andarmene.
Poi è iniziato il corteo: i discorsi al megafono, intervallati dai cori e dalla musica, accompagnavano il cammino e mi davano qualcosa su cui concentrarmi. Non è stato di certo entusiasmante, ma il mio essere lì aveva un senso e il senso di inadeguatezza che provavo era via via scemato. Alla fine è stata sicuramente un'esperienza positiva, ma non ho potuto fare a meno di considerarla un'occasione sprecata.
I cortei e le manifestazioni sono diventati momenti più di congregazione che di aggregazione. Magari mi sbaglio, ma ho avuto la sensazione che la maggioranza delle persone presenti fosse appartenente alle associazioni organizzatrici del corteo. È come se la quantità di persone fosse legata più al numero di realtà che si era riusciti a coinvolgere piuttosto che al numero di persone che effettivamente erano a supporto della causa.
Prima ho pensato a tutte quelle persone che, a cause di disabilità psichiche o motorie, sono automaticamente escluse da questo tipo di manifestazioni. Gli stessi scoppi di petardi e il fumo rosso dei fumogeni che contribuivano a innalzare l'antagonismo del corteo, cosa di per sé politicamente lodevole, rendevano ancora più escludente questo momento partecipativo. Ma questo è in parte un altro discorso.
Poi ho pensato a tutte le persone come me, sole, che invece al contrario mio hanno deciso di restare a casa. Non le biasimo. Magari non esistono, magari sono tantissime, non lo so. Penso solo che per utilizzare a pieno il potenziale politico di un corteo, le realtà che lo organizzano non dovrebbero limitarsi a indicare luogo e data di svolgimento. Basterebbe offrire un canale di "accoglienza" per le persone "esterne": un contatto con cui comunicare per i dettagli e con cui si possa instaurare un rapporto. Una o più persone che, una volta giunto il giorno e l'ora, ti facciano sentire parte di qualcosa, che siano lì a salutarti, ad accoglierti e magari presentarti altre persone. A me sarebbe piaciuto tantissimo.
Il valore umano e politico di questa connessione sarebbe enorme. Magari le persone esterne potrebbero entrare a far parte di quella realtà. Magari i cortei, oltre che momenti di ritrovo, potrebbero diventare spazi di aggregazione sociale, incubatori di nuove amicizie, di confronto, di vita. Il punto di inizio per molteplici percorsi politici individuali.